Miria: un bel disco che sa di occasione sprecata


Perché aspettavo il nuovo disco di 22simba

Attendevo con una certa curiosità un nuovo progetto di 22simba, perché ho sempre avuto grande rispetto e considerazione per il rapper di Saronno, soprattutto per la scrittura e l’immaginario che porta in ogni suo pezzo.

Il suo precedente disco, La Cura, mi è sempre sembrato più un mixtape: un progetto ancora un po’ limitato e acerbo, che servisse soprattutto a delineare una sua identità artistica e a farlo conoscere al grande pubblico. La Cura dava l’impressione di essere un punto di partenza, più che un progetto capace di mostrare fino in fondo le potenzialità dell’artista: una raccolta di idee e intuizioni che lasciava intravedere qualcosa di più grande.

Copertina La Cura
Copertina “La Cura”

Miria, dunque, era per me il suo primo vero disco. Doveva essere qualcosa di più complesso e completo, capace di descriverlo a 360 gradi e di sviluppare tutte le sue sfaccettature, mostrando fino a dove potesse arrivare 22simba come artista.

Un disco tra luci e ombre

L’album mostra chiaramente sia i difetti che le qualità di 22simba: un disco esaltato dai suoi pregi, ma che allo stesso tempo evidenzia i suoi limiti.

La scrittura rimane uno degli aspetti centrali e qualitativamente più alti del progetto. Il rapper classe 2002 prende il classico storytelling di strada e lo riadatta in modo personale e intimo, riuscendo ad arrivare diretto all’anima di chi lo ascolta.

Il concept, inoltre, riesce ad amplificare e dare una direzione precisa a questa scrittura. 22simba si trova costantemente diviso tra due fuochi: da una parte l’ambizione, il desiderio di rivalsa e tutto ciò che la strada rappresenta; dall’altra i valori, gli affetti e gli insegnamenti tramandati dalla nonna.

Ogni brano sembra infatti inserirsi in una costante ricerca di equilibrio, mostrando un 22simba combattuto tra ciò che vuole raggiungere e ciò che non vuole perdere lungo il percorso. Il successo non viene quindi raccontato come un semplice punto d’arrivo, ma come qualcosa che porta con sé dubbi, responsabilità e la paura di allontanarsi dalle proprie radici. Miria rappresenta così il punto di riferimento attraverso cui il rapper misura le proprie scelte, la pietra portante sul quale costruire la propria identità.

22simba e la collana di Miria
22simba e la collana di Miria

L’album, però, non è privo di lati negativi. Musicalmente non è un progetto particolarmente ispirato: sebbene si senta la volontà di voler dare una direzione artistica precisa, penso che questa finisca per appiattire i 43 minuti di ascolto. Le linee vocali, le strutture e alcune soluzioni melodiche tendono a ripetersi, creando una certa omogeneità che inizialmente contribuisce a rendere riconoscibile il disco, ma che alla lunga rischia di appiattirne l’esperienza generale.

A mio parere, l’ascolto integrale sarebbe stato aiutato dall’esclusione di qualche traccia e dall’inserimento di un altro brano come “Sipario“ o “1/1”, così da spezzare il ritmo e portare una maggiore varietà all’interno del progetto.

Merita di essere ascoltato?

Alla fine sento di poter dire che merita assolutamente un ascolto, anche se personalmente è stato una parziale delusione. Non perché sia un disco privo di qualità, anzi: la scrittura di 22simba, il suo modo di raccontarsi e alcuni momenti di forte pathos dimostrano ancora una volta il valore dell’artista. Allo stesso tempo, però, avrei voluto un progetto più coraggioso e vario, capace di ampliare i suoi orizzonti senza perdere quell’identità che lo ha reso interessante fin dall’inizio.

Copertina Miria
Copertina “Miria”

Miria è quindi un disco che conferma il valore di 22simba, ma che lascia anche la sensazione di un’occasione non sfruttata fino in fondo. Le basi per qualcosa di importante ci sono tutte: ora resta da capire fin dove riuscirà a spingersi.

Leggi qui la review di Vaniglia e Zenzero di Yele

Fonti fotografiche: 22simba

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