Self Care di Mac Miller è un dipinto della salute mentale dell’artista
Mac Miller è stato uno dei rappresentanti più autorevoli, complessi e polarizzanti della scena hip hop di fine anni 2010. La sua carriera ha seguito una parabola evolutiva che lo ha portato a raggiungere una maturità lirica ed espressiva che pochi altri hanno potuto vantare. In particolare, nei mesi che hanno preceduto la sua tragica scomparsa, la musica di Mac Miller si era trasformata in uno specchio della propria salute mentale: un passaggio netto dai temi decisamente più leggeri e spensierati che avevano caratterizzato la prima parte della sua discografia.

Self Care, brano pubblicato il 13 luglio 2018, rappresenta un chiarissimo esempio di questa autoconsapevolezza. Al tempo, Mac Miller stava attraversando una fase turbolenta della propria vita: aveva da poco terminato la propria relazione con la popstar Ariana Grande ed era ricaduto nel circolo distruttivo dell’abuso di sostanze.
La canzone affronta proprio il tema della dipendenza, contrapponendo la cura di se stessi alla resa ai propri vizi. Questo dualismo si riflette anche nella struttura della canzone, divisa in due parti distinte: Self Care e Oblivion, registrate in periodi diversi. Il beat switch segna un passaggio cruciale: accogliere e accettare le proprie difficoltà con serenità per creare uno spazio sano dove iniziare a lavorare su se stessi.
L’analisi di Self Care: stare bene è importante

“Self care, I’m treatin’ me right / Hell yeah, we gonna be alright“. In queste due barre è presente l’essenza del messaggio della canzone. L’artista tenta di convincere se stesso di stare bene. In realtà, le pressioni esterne e interne lo spingono a ricadere nelle dipendenze: “I could fly home, with my eyes closed / But it’d get kinda hard to see, that’s no surprise though” canta poco dopo Malcolm. La casa a cui si riferisce, sono le droghe e le sostanze, uno dei pochi luoghi in cui l’artista si sente davvero al sicuro, gli occhi chiusi sono metafora della facilità di ricaduta.
La dipendenza viene qui dipinta non come una debolezza subita, ma come una scelta consapevole, un rifugio che diventa l’unico strumento immediato per lenire il dolore di un’esistenza esposta costantemente al giudizio.
La seconda parte della canzone introduce un concetto chiave: “Oblivion“, l’oblio a cui viene data una connotazione assolutamente positiva. E’ il modo in cui Mac prova a sconfiggere le proprie debolezze, una decisione consapevole di distaccarsi dalla propria realtà. L’artista trova uno spazio di calma e serenità per rigenerare la propria salute mentale: “I got all the time in the world, so for now I’m just chillin‘“; nell’oblio il protagonista può rilassarsi, comprendere e accettare se stesso e capire che, a volte, fare un passo indietro è un passaggio cruciale per il processo di guarigione.

Self Care di Mac Miller è un viaggio alla profondo alla scoperta di se stessi in cui l’artista acquisisce consapevolezza dei propri punti deboli e trova un modo per crescere. Un racconto molto intenso reso ancora più potente dall’accompagnamento musicale che scandisce i passaggi della storia.
L’ingegneria sonora di Self Care di Mac Miller
L’analisi di Self Care passa anche attraverso i suoni. La forza del brano risiede principalmente nel dualismo che viene tradotto anche sul beat; la prima parte, con la sua produzione sfocata e in qualche modo claustrofobica, ritrae uno stato di turbamento emotivo e la sensazione di essere sopraffatti dalle difficoltà. Il beat switch ci conduce in un luogo più sereno, quasi etereo. E’ il passaggio verso la calma e l’accettazione di sè di cui abbiamo parlato in precedenza.
Inoltre, in pochi sanno che alla canzone hanno lavorato anche JID e Blood Orange, contribuendo a vocals e ad-libs. Nella traccia è presente anche un campionamento di On & On di Erykah Badu.

Il videoclip è una grande metafora
Self Care di Mac Miller è ricca di simboli e metafore che dipingono in maniera perfetta lo stato interiore dell’artista. Il videoclip della canzone, diretto da Christian Weber, contiene potenti immagini visive che illustrano il significato del brano.
Il video inizia con Miller sepolto vivo in una bara di legno, un chiaro omaggio a una scena del film di Quentin Tarantino “Kill Bill: Volume 2“. La bara simboleggia la sensazione di essere intrappolato, sia dai suoi stessi pensieri, sia dalla percezione pubblica, sia dalla sua lotta contro la dipendenza.
All’interno della bara, Malcolm incide la frase latina “Memento mori” (“ricordati che devi morire”) nel legno. Questo gesto non è di disperazione, ma di accettazione della mortalità, che paradossalmente alimenta la sua voglia di vivere. Poi si fa strada a pugni fuori dalla bara ed emerge dalla terra, una potente metafora di rinascita e di lotta per uscire da un luogo oscuro. Le successive esplosioni che lo scaraventano in aria sono ambigue: potrebbero rappresentare il mondo caotico in cui sta rientrando o una liberazione finale ed esplosiva.

Insomma, una vera e propria opera d’arte, un cortometraggio che si unisce perfettamente al messaggio del brano in generale.
La tragica morte di Mac Miller (clicca qui per leggere di una teoria relativa alla scomparsa di un altro artista), avvenuta tre mesi dopo l’uscita del singolo, ha trasformato Self Care in un testamento spirituale di inestimabile valore emotivo. Originariamente concepito come una tappa di un percorso terapeutico in corso, il brano è oggi considerato il manifesto poetico di un artista che ha sacrificato la propria privacy per normalizzare il dibattito sulla salute mentale all’interno della cultura hip hop.
Fonti fotografiche: Mac Miller

