In Cry Baby, l’artista di Long Beach alza la voce e critica guerra, razzismo e ipocrisia sulla base di fondamenti storici
“Il dovere di un artista è quello di riflettere i tempi” diceva Nina Simone, cantante, pianista e attivista per il movimento dei diritti civili statunitensi. Vince Staples deve aver inciso questa frase sui muri della propria casa: Cry Baby è un imponente progetto di critica alle condizioni socio-politiche americane in cui Vince non risparmia niente e nessuno.

Razzismo, guerra, direzioni politiche e media: con sole 10 tracce e 35 minuti di esperienza, l’artista spara a zero sulla gestione americana degli ultimi anni, cambiando registro rispetto ai precedenti due dischi, “Ramona park Broke My Heart” e “Dark Times” in cui larga parte dello storytelling era legata alla dura infanzia trascorsa tra le strade di Long Beach.
Dopo la fine del capitolo con la Def Jam e la chiusura della sua serie Netflix (The Vince Staples Show), cancellata dopo sole due stagioni, Vince Staples si riprende la totale indipendenza e, senza più i vincoli delle major e compromessi, si muove nel suo habitat naturale: uno spazio senza filtri dove poter esprimere il proprio punto di vista su dinamiche e tematiche scottanti, quelle che l’industria musicale degli ultimi anni ha troppo spesso preferito ignorare o nascondere sotto il tappeto.
La cover e il titolo del progetto hanno un doppio significato
Cry Baby, il piagnone, nella visione artistica di Vince Staples assume un duplice significato. Quello rappresentato dalla copertina del progetto ironizza audacemente sulla figura di Donald Trump: un bambino che piange con un pannolone decorato dalla bandiera americana e un singolo ciuffo biondo che spunta sulla testa.

L’intento di Vince Staples è chiaro fin da subito: affrontare l’infantilismo isterico e l’ipocrisia del sogno americano, una superpotenza fondata sulla violenza imperiale che reagisce con vittimismo e intolleranza a qualunque minaccia al proprio primato economico e culturale.
Dall’altra parte il titolo, “piangi bambino” potrebbe essere un invito alle minoranze e alle soggettività oppresse di esternare il dolore derivato dalle difficoltà di vivere all’interno di un sistema che richiede conformismo, generando inevitabilmente marginalità.
E su questa seconda interpretazione poggia anche la volontà dell’artista di adottare sonorità vicine al rock, genere storicamente nero che nel tempo ha visto crescere la presenza di interpreti bianchi. Perché il razzismo è presente in ogni ambito della vita di un afroamericano e combatterlo significa anche riappropriarsi delle proprie radici.
Lo stile musicale di Cry baby
Come anticipato, la proposta sonica di Cry Baby di Vince Staples appoggia le proprie fondamenta sul rock moderno, con leggere sfumature punk e rap.

Le chitarre oscillano tra ritmi blues quasi oppressi e passaggi più taglienti, mentre i bassi sembrano comunicare l’instabilità di cui Vince parla, rappando come se stesse raccontando storie, con uno stile calmo, lento, quasi dimesso. Uno dei tratti più criticati dell’intero progetto è la semplicità con cui l’artista si muove sulle basi: in realtà, ciò che molti percepiscono come freddezza, a me appare piuttosto come stanchezza di dover continuare a spiegare e sopportare le stesse cose più e più volte.
Se i temi delle canzoni del 2026 continuano a denunciare razzismo e autoritarismo, vuol dire che il progresso fatto in oltre 70 anni dalla nascita del movimento per i diritti civili non è ancora abbastanza e che di strada da fare ce n’è ancora tanta.
Analisi tracce Cry Baby
Già dal primo istante in cui si clicca play sul progetto, si percepisce che gli argomenti stanno per prendere una piega seria. L’intro, Blackberry Marmalade, si apre così: “Empires built on bloodstained ground” (“Imperi costruiti su terre macchiate di sangue“). La traccia approfondisce i temi del razzismo, dello sfruttamento della cultura nera e della minaccia di essere uccisi nella vita di tutti i giorni. Molto impattante è anche il videoclip della traccia, in cui il protagonista tenta di disarmare un poliziotto-terrorista.
Go! Go! Gorilla è una traccia con una sezione musicale minimale e asciutta che racconta la storia di un ragazzino afroamericano che viene molestato dalle forze dell’ordine. Alcune barre colpiscono in profondo: “I know how the story go either way / On the news, said, “He had a gun” got a grave” (“so come andrà a finire / al telegiornale diranno “aveva una pistola”, ora ho una lapide“). La narrazione ricorda vividamente lo scandalo George Floyd e sembra essere, a distanza di 6 anni, una violenta ribellione lirica.
TV Guide è un pezzo blues-funk molto distorto che implementa una visione paranoica sui mezzi di comunicazione e sui media, denunciando un’alienazione della società che ha la tendenza di credere senza beneficio del dubbio a qualsiasi cosa venga trasmessa in televisione.
The Big Bad Wolf poggia su un interessante campionamento della celebre “Children’s Story” di Slick Rick, mentre Cotton, con uno stile groove leggero nasconde una riflessione estremamente cupa, parlando metaforicamente della mercificazione dell’arte, criticando le major discografiche (“Music makes me feel just like cotton / Pick me up when I feel like falling down”, “La musica mi fa sentire come il cotone / Raccoglimi quando sento di voler cadere”)
Un manifesto di disillusione e indipendenza

In definitiva, Cry Baby di Vince Staples è un crudo e necessario atto di testimonianza. Spogliatosi delle sovrastrutture industriali e delle narrazioni nostalgiche del passato, Vince firma il suo lavoro più intransigente e maturo. Attraverso un tessuto sonoro sfacciatamente ibrido e un’attitudine volutamente esausta, l’artista di Long Beach non cerca il consenso del pubblico né la redenzione del sistema; al contrario, mette l’America davanti allo specchio delle sue eterne contraddizioni, dimostrando che la vera indipendenza non si misura solo nella libertà dai contratti discografici, ma nella totale autonomia del proprio pensiero.
Fonti fotografiche: Vince Staples, Leonardo Samrani, Gage Skidmore

