Analisi di 16 di Baby Keem: l’ammissione di incapacità in amore
Il 10 settembre 2021 viene pubblicato The Melodic Blue, il primo album in studio di Baby Keem che rappresenta il debutto ufficiale dell’artista nella scena musicale. L’album è composto da 16 tracce che permettono all’ascoltatore di entrare in contatto con un artista che si distingue per l’uso innovativo della voce e per una grande varietà di flow, elementi che costituiscono i suoi principali punti di forza.

La traccia finale del progetto, la sedicesima intitolata “16”, si distingue per essere una delle più interessanti sia dal punto di vista sonoro che per il contenuto del testo, risultando particolarmente significativa all’interno del disco.
Nel brano, il protagonista racconta la propria difficoltà nell’instaurare un amore sano e autentico con la donna che gli sta accanto, una problematica che sembra derivare da traumi vissuti durante l’infanzia. Il ritornello è un tentativo di analisi del proprio passato, in cui emergono elementi come l’abbandono, le cicatrici emotive che vengono coperte da vestiti di marca e gioielli costosi e la tendenza a chiudersi in se stessi come forma di protezione e difesa interiore.
Le ferite del passato e l’arte come cura

Nel ritornello di 16, Baby Keem esplora in profondità le crepe delle ferite più antiche e dolorose, quelle che risultano essere le più difficili da guarire proprio perchè affodano le loro radici in un passato lontano e spesso dimenticato.
Quando canta “Don’t tell nobody that you was abandoned”, l’artista evoca il peso devastante dell’abbandono infantile: la mancanza di una figura di accudimento, come quella di un genitore o di una persona cara provoca nel tempo una lenta distorsione dei concetti stessi di amore, famiglia e presenza.
Non riuscendo a trovare un modo per processare un dolore così antico, l’essere umano mette in atto i meccanismi di difesa che conosce: si nasconde dietro al velo dell’apparenza. “Drown yourself in expensive fabrics”, annegare nei vestiti di marca: una metafora potente con cui Baby Keem comunica il tentativo di mascherare il vuoto interiore arricchendo l’esterno, la facciata, senza però risolvere il dolore.
L’invito finale che chiude il ritornello, “Just appreciate yourself” rappresenta invece l’unica vera strada per curare queste ferite: imparare ad amare e apprezzare se stessi, riconoscendo il proprio valore e la propria umanità. E una delle modalità per farlo è creare, dare spazio alla propria vitalità per mezzo dell’arte.
In questo senso, l’opera “Maman” di Louise Bourgeois rappresenta un perfetto filo conduttore con 16 di Baby Keem; Maman è una scultura in bronzo e acciaio inossidabile che raffigura un grosso ragno che sostiene sotto il proprio corpo un sacco contenente 32 uova di marmo. Il titolo, diminutivo affettuoso usato in Francia per indicare la mamma, comunica la protezione materna nei confronti dei figli. L’opera fu realizzata a seguito della scomparsa della madre dell’artista e costituisce un chiaro esempio di arte utilizzata come strumento di cura.

L’incapacità di amare e il tentativo di cambiare in 16 di Baby Keem
Ma torniamo a 16: l’incapacità di processare il trauma vissuto durante l’infanzia si trasforma in inabilità di amare e di comprendere appieno l’amore: nei versi “My girl mad at me, I know I f*cked up big / What’s love? I guess I’ll never understand”, emerge chiaramente il disagio causato da questa condizione. La consapevolezza che qualcosa non vada non è sufficiente, cambiare risulta difficile.
“Every time I say sorry, I do that sh*t again”: ogni volta il protagonista si ritrova a ricadere nello stesso errore all’interno della relazione, come in un meccanismo che sembra impossibile da fermare.

Un circolo vizioso che si ripete all’infinito perché per cambiare davvero non basta la sola buona volontà; è necessario anche possedere gli strumenti adeguati e le strategie giuste per poter affrontare e superare quei comportamenti dannosi.
Il videoclip di Jonas Lindstroem: riempire i vuoti interiori non sempre funziona
Jonas Lindstroem è la mente creativa dietro la realizzazione del video musicale di 16, un cortometraggio che riesce a comunicare molto bene un concetto chiave della canzone: le ferite interne non possono essere curate esteriormente.
Nel video, il protagonista (interpretato da Baby Keem stesso) sviluppa una tecnologia che gli consente di creare 16 repliche androidi della donna amata che lo ha da poco abbandonato. Questa soluzione rappresenta il suo disperato tentativo di ricostruire ciò che ha perso e di colmare un vuoto emotivo che sembra impossibile da sanare.
Tuttavia, nessuna di queste copie riesce nell’intento finale: il tentativo di fuggire da se stessi e rifugiarsi in altre donne sfuma miseramente e Baby Keem si ritrova completamente solo. Alla fine, Baby Keem si ritrova completamente solo, faccia a faccia con la propria solitudine e con il dolore che nessuna tecnologia o apparenza esterna può cancellare.
Guardarsi dentro per reimparare ad amare
In definitiva, 16 è l’emblema di una lucida e dolorosa presa di coscienza. Baby Keem mette a nudo l’inutilità del materialismo e dei surrogati tecnologici di fronte al vuoto emotivo lasciato dai traumi infantili. Per l’artista, così come per Louise Bourgeois, l’atto creativo diventa l’unico spazio sicuro in cui confessare le proprie fragilità e iniziare a elaborarle. Il brano si chiude lasciando l’ascoltatore con una consapevolezza amara ma fondamentale: per curare l’incapacità di amare qualcuno all’esterno, è necessario prima fermare il loop dei propri errori, smettere di nascondersi dietro le apparenze e trovare il coraggio di guardarsi dentro.
Fonti fotografiche: Baby Keem, Maman, de Louise Bourgeois” di Jeangagnon, disponibile su Wikimedia Commons, licenza CC BY-SA 4.0.

