Shades of Blue esce nell’estate del 2003 e, fin dal primo ascolto, è chiaro che non si tratta del classico album di remix.
L’idea del disco venne da un’intuizione della Blue Note Records. L’etichetta comprese come, già allora, l’hip hop rappresentasse il ponte ideale per avvicinare una nuova generazione al jazz. D’altronde, già da anni producer come Pete Rock, DJ Premier e lo stesso Madlib stavano costruendo il proprio suono attraverso il campionamento dei grandi successi del jazz americano.
Nacque così la volontà di creare un progetto che potesse valorizzare il catalogo della casa discografica attraverso il linguaggio hip hop e, sebbene questa potesse sembrare un’operazione al limite dell’irriverente, in realtà si sarebbe rivelata una mossa in pieno stile jazz.
Se ci pensiamo, questo genere non è mai stato incline ai canoni e alla rigidità: la sua storia è piena di reinterpretazioni personali che superano di volta in volta gli standard prefissati; e questo è quello che farà anche lo stesso Madlib, soltanto che al posto di un sassofono userà un campionatore. Il principio creativo rimane lo stesso: dialogare con il passato per produrre qualcosa di nuovo.

La decisione di consegnare il progetto a Madlib non fu casuale. Già nel 2001 il produttore californiano aveva dimostrato il suo amore per il jazz pubblicando Angles Without Edges, un autentico disco jazz fusion che sembra registrato direttamente negli anni Settanta. L’album uscì sotto il nome della band immaginaria Yesterday’s New Quintet, uno dei tanti alter ego con cui Madlib ha costruito il proprio universo artistico. Se non lo avete mai ascoltato, recuperatelo, perché è una delle gemme più sottovalutate della sua carriera.
Un progetto senza precedenti
Come anticipato, Shades of Blue non contiene semplici remix. Ogni traccia è una ricostruzione totale, nella quale Madlib smonta, arrangia e ricompone frammenti provenienti da più registrazioni della Blue Note.
L’obiettivo non è creare semplici versioni hip hop dei classici del jazz, ma quello di fondere i due linguaggi in un singolo suono, dove diventa quasi impossibile rintracciare il punto dove finisce un genere e inizia l’altro. Madlib lavora come uno chef stellato: prende ingredienti provenienti da culture diverse e li combina in una ricetta completamente nuova. L’ascoltatore riconosce i singoli sapori, ma rimane sorpreso dall’equilibrio e dall’originalità del risultato finale.

Un simile lavoro sarebbe stato impossibile senza la fiducia della Blue Note. L’etichetta aprì infatti i propri archivi al produttore, concedendogli l’accesso ai master originali di decine di registrazioni storiche. Madlib poté così intervenire direttamente sulle tracce multitraccia, isolando strumenti, modificando arrangiamenti e ricostruendo il ritmo dei brani con una libertà praticamente impensabile per l’epoca, mantenendo intatta la qualità delle registrazioni.
Il momento in cui il jazz smise di guardare l’hip hop dall’alto
Quest’album non rappresenta il primo incontro tra jazz e hip hop, ma è probabilmente uno dei più significativi.
Fino a quel momento fu sopratutto il rap ad avvicinarsi al jazz attraverso il campionamento, dando vita a dei capolavori senza tempo ma attirandosi anche le critiche di una parte dell’ambiente jazzistico, sopratutto quello più snob e altolocato, che considerava il sampling un’atto irrispettoso e poco nobile messo in pratica da musicisti di serie b.

Con Shades of Blue la prospettiva si ribalta. È la Blue Note, una delle istituzioni più prestigiose della storia del jazz, a riconoscere apertamente il valore artistico dell’hip hop. Affidando il proprio catalogo a Madlib, l’etichetta non si limita a concedere dei campioni: legittima il beatmaking come forma di espressione creativa, ponendolo in continuità con la tradizione jazz anziché considerarlo una sua semplice derivazione.
È forse questo il lascito più importante dell’album. Il produttore di Oxnard rese ovvio ciò che allora non lo era ancora, il jazz e l’hip non sono due mondi separati, ma continuano il loro cammino nello stesso solco, traendo linfa vitale dalla stessa tradizione.
Fonti Fotografiche: Madlib, Wikimedia Commons

